Riprendo il titolo dell'articolo di fondo di Massimo Gramellini apparso ieri su "La Stampa". Nel breve editoriale il giornalista parlava di un argomento assai attuale quello dei vizi privati e delle pubbliche virtù, sostendo come un tempo non fosse molto diverso, semplicemente o si faceva finta di non vedere o almeno si aveva il buon gusto di mettere una certa distanza fisica fra le due cose. A un livello molto inferiore e molto meno importante ieri sera sull'autobus sono stata spettatrice di quello che avrebbe dovuto essere un privatissimo resoconto delle tappe di un ricovero per tumore di una persona urlato nei minimi dettagli al cellulare dalla nipote al suo garrulo fidanzato, che evidentemente non ha mai sentito parlare di privacy; guardarla insistentemente non è servito a farle comprendere che questo non è il genere di discussioni che si fanno sulla pubblica piazza, sopratutto per rispetto verso la terza persona che magari non ha piacere che tutto il pulmann conosca i suoi travagli personali.
Non auspico un ritorno a quando mia nonna, parlando con le sue sorelle, menzionava "quella brutta bestia" però una via di mezzo, segno di rispetto, non si potrebbe avere?